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08
dicembre 2005
Quelle
proteste che troppo spesso pagano Il
copione dell'illegalità A riprova del fatto che se sui «programmi» ci si può sempre accordare
è invece sui «problemi » che le contraddizioni diventano ingestibili, il
centrosinistra dà segni di sbandamento sulla vicenda della Tav. Divisi fra la
convinta adesione al progetto e la volontà di non scontrarsi con le
componenti massimaliste dell’Unione, fra la consapevolezza della posta in
gioco e la voglia di non alienarsi elettori in Val di Susa, unite alla
tentazione di dirottare solo contro il governo gli odi dei valligiani, i
leader del centrosinistra oscillano. Benché in quell’area ci siano tanti loro elettori
(e il capo-popolo locale, il portavoce della protesta, sia un diessino),
nessuno dei leader nazionali della sinistra ha ancora avuto il coraggio di
recarsi in Val di Susa per spiegare le ragioni della sua scelta pro-Tav.
Protestano contro lo sgombero forzato di chi impediva l’apertura dei
cantieri. Dicono anche cose che appaiono ragionevoli e ovvie, come il fatto
che occorre «dialogo» e che bisogna evitare l’uso della forza. Ma davvero
queste affermazioni sono così ragionevoli e ovvie? Partiamo dal «dialogo». Nel caso in questione i
margini per il dialogo sembrano davvero minimi. I locali, spalleggiati dal
Gotha dell’estremismo nazionale, dicono no alla Tav, punto e basta. Il
governo, e anche l’opposizione di centrosinistra, dicono invece sì. Dove
sono i margini per dialogare? Se, poniamo, occorre imporre una servitù sul
terreno di un contadino, una volta garantita la minimizzazione del danno, su
che cosa altro si può dialogare? E veniamo alla questione dell’uso della forza,
lo sgombero dei presidi illegali che impediscono l’apertura dei cantieri.
Qui si apre una delicatissima questione. Di costume e di cultura politica,
prima ancora che di legge e di ordine pubblico. Per decenni si sono tollerate,
da un capo all’altro della Penisola, occupazioni di autostrade, ferrovie,
eccetera, come se non fossero manifestazioni di illegalità. Mai o quasi mai gli autori di questi episodi sono stati giudicati
degni di comparire davanti a un giudice. Al contrario, queste forme di
protesta illegale sono state tante volte esaltate come espressioni di
democrazia. Per giunta, si sono dimostrate spesso paganti (caso dei forestali,
delle opposizioni alle discariche, eccetera). Di volta in volta, settori della
sinistra e settori della destra hanno cavalcato queste forme di protesta. Gli
abitanti della Val di Susa non pensano di fare niente di male. Stanno
ripetendo un copione che hanno visto tante volte recitare, spesso con
successo, in altre parti d’Italia. Ci sono le responsabilità del governo
che in altre occasioni è rimasto inerte di fronte alle rivolte e, anzi, ha
ceduto ai rivoltosi. E ci sono le responsabilità della sinistra. Forse
quest’ultima, che si aspetta di andare tra pochi mesi al governo, dovrà
dare un chiarimento (prima di tutto a se stessa) su che cosa si debba
intendere per «rispetto della legge» e a chi spetti farla rispettare. Non è
il caso di dire finalmente basta a quella visione populista della legalità,
che da sempre ci perseguita, che impone due pesi e due misure, e che scambia
certe illegalità di popolo, o di piazza, per «pacifico esercizio della
democrazia»? Che si dovrà fare, insomma, se in Val di Susa continueranno i
boicottaggi illegali? Angelo
Panebianco
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