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TITOLO
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In
balìa del restauro
Di
Vittorio Sgarbi
Il bene più prezioso per
un luogo è l'integrità del suo valore storico e ambientale, il suo essere
quello che è stato; e oggi una fotografia di un edificio o di un paesaggio può
talvolta conservare più poesia e verità di una realtà attuale non
degradata, ma profondamente trasformata. In quell'immagine troviamo quello che
la realtà di oggi ha perduto. È una tragica constatazione, ma da un certo
momento in poi la bellezza dell'Italia, che era sempre cresciuta per
accumulazione, in forme, stili ed espressioni le più varie, dagli Etruschi a
Carlo Scarpa, ha iniziato a consumarsi senza trovare adeguata compensazione.
In questa trasformazione, in questa modernizzazione che inizia negli anni
Cinquanta e che cambia radicalmente il volto dell'Italia, anche nei centri più
vincolati, negli esterni, ma anche e soprattutto negli interni, negli edifici
pubblici e privati, inizialmente benedetta come una forma di progresso, va
vista la fine di una certa Italia. In quel momento si comincia ad avvertire
quello che poi sarebbe avvenuto in proporzioni impreviste, oltre
l'immaginabile. Nelle scuole di campagna ci sono ancora i banchi di legno, con
i calamai per l'inchiostro e i pennini, ma stanno per arrivare i banchi di
formica. La televisione è appena entrata negli esercizi pubblici, dove si
riuniscono avidi spettatori, e in rarissime case.
Di fronte alle continue, crescenti distruzioni e minacce di distruzione che
gravano sulle nostre città e campagne, di fronte alla facilità con cui gli
interessi particolari passano davanti a quelli generali, di fronte alla
provata difficoltà di far rispettare i principi della legge, sta, come unica
difesa veramente stabile, la forza dell'opinione pubblica. Solo quando questa
opinione sarà sufficientemente educata si potrà ottenere quell'abitudine al
rispetto che oggi invano si invoca. In attesa che si instauri quest'abitudine
generale, occorre però intervenire subito, con opportuni divieti, per
impedire che gli ambienti naturali e storici vengano ulteriormente manomessi:
e l'imposizione di questi divieti può essere ottenuta anche dall'iniziativa
di una minoranza culturale, avanguardia di un'opinione pubblica destinata a
diventare dominante, purché ben decisa ad agire e concorde sui criteri da
seguire. Una minoranza che non affronti il problema circoscrivendolo alla
coesistenza tra antico e moderno nei cosiddetti «accostamenti», cioè ai
rapporti fra singoli elementi (facciate, volumi, etc.), ma secondo una visione
più ampia, analizzando il rapporto tra le antiche strutture urbane, nel loro
insieme, e le strutture moderne, che hanno esigenze e funzioni del tutto
diverse.
È difficile da capire l'offensiva generale mossa contro i «conservatori a
oltranza», nemici di chissà quale degenere progresso. Non mi risulta davvero
che l'Italia corra il pericolo di restare soffocata per eccesso di rispetto
delle cose antiche.
Oggi, da ogni parte aggredita, l'Italia è perduta, soprattutto nelle
periferie, ma anche nei centri storici, sfregiati nei dettagli, nelle insegne
degli esercizi, nelle pavimentazioni delle strade, nei lampioni, nei fili
della luce, che costringono chi voglia girare un film storico a rinunciare ai
luoghi reali per ricostruirli a Cinecittà, o in Romania, o in Serbia,
confidando in zone in cui la natura è stata maggiormente rispettata; natura
che nella Pianura Padana, in Veneto, in Lombardia, è continuamente violata da
una edilizia selvaggia di capannoni e di piccole industrie. Sembra non esserci
speranza al dilagare della volgarità e alla cancellazione sistematica,
soprattutto di ciò che è più fragile, che non è conosciuto, che non è
considerato, che non è monumentale. E se è monumentale, allora, è in balìa
del restauro, spesso, negli intonaci soprattutto, inteso come vero e proprio
rifacimento. Possiamo così dire che tra le cause di distruzione del
patrimonio artistico e monumentale le principali sono, nell'ordine: il
restauro, le calamità naturali (terremoti o alluvioni), l'abbandono.
L'abbandono, la trascuratezza, perfino la riduzione di un edificio in rudere,
sono spesso meno gravi degli interventi radicali di restauro che stravolgono i
materiali e procedono a «ristrutturazioni» e «valorizzazioni», per nuove
necessità funzionali o turistiche. E proprio il turismo, nella sua
inevitabile degenerazione, anche quando non agisce strutturalmente sulle
identità dei luoghi, è causa costante del loro snaturamento, della loro
perdita d'anima, per ragioni pratiche ed estetiche.
Non credo di peccare di eccessivo romanticismo quando ritengo che l'Italia sia
ormai un Paese sfigurato. Irrimediabilmente, e per colpa esclusiva degli
uomini, della loro mancanza di cultura, di senso civile del bene collettivo,
di intelligenza, di gusto. Non è ancora un Paese devastato, ma certamente un
paese sfigurato.
12 Dicembre 2005 da il
GIORNALE
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