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Per anni cuore politico dell'Europa,
Parigi non è riuscita a francesizzare l'Unione. E dopo il
referendum è sempre più isolata.
Furono le due immani tragedie fratricide del secolo scorso a
costringere gli europei continentali ad avviare il progetto di
costruzione di una pacifica casa comune. La Prima guerra
mondiale aveva esacerbato i loro più corrosivi veleni
autolesionistici non solo sui campi di battaglia. Il conflitto
di fatto continuò, con altri mezzi, sui tavoli vendicativi di
Versailles. Gli alleati, soprattutto francesi e britannici,
coadiuvati dai capricciosi arbitrati geopolitici del presidente
americano Woodrow Wilson, accumularono errori su errori.
Lasciarono quasi intatta la Germania, smembrando al tempo
stesso, con devastanti e spesso ingiustificati interventi
chirurgici, l'impero austroungarico: venne così distrutto, nel
cuore del continente, un antico conglomerato che con le sue
diversità etniche e la sua civiltà multiculturale avrebbe
potuto essere repubblicanizzato e salvato come nucleo fondativo
di un nuovo ordine sovrannazionale europeo.
La pace inquinata che seguì la dissoluzione dell'Austria non fu
altro che un febbrile armistizio tra due guerre civili. Al posto
di un impero arcaico ma elastico, basato comunque sul diritto e
sul rispetto delle culture nazionali, sorse un mosaico di stati
e staterelli bellicosi, fascistizzanti, spesso artificiali:
tutti destinati a diventare, in un clima di frantumazione e di
tragedia perenne, servi o vittime dell'Italia mussoliniana e
della Germania hitleriana.
La brutta Europa partorita da Versailles inaugurò, solo in
apparenza, un breve periodo di trionfo degli stati nazionali, ma
in realtà si trattava di un periodo di crisi e d'ammorbamento
dell'idea stessa dello stato-nazione.
La Seconda guerra ne completerà infatti il declino e la
degenerazione. Li annullerà nell'impero totalitario sovietico,
mentre, dopo la sconfitta del fascismo, l'Italia diventerà una
vulnerabile terra di frontiera e la Germania, dopo il crollo del
nazismo, perderà perfino la sua tradizionale identità
nazionale e configurazione geografica.
Sarà la Francia a questo punto, per metà vinta e metà
vincitrice, la Francia promiscua dell'europeista Jean Monnet e
del tardo nazionalista Charles De Gaulle, a impugnare lo
stendardo dell'unificazione della metà non sovietizzata del
continente. Parigi ne diverrà il centro motore e la capitale
virtuale. Sarà l'impulsivo e tenace Monnet l'ispiratore del
piano Schuman per il primissimo passo verso l'integrazione: la
creazione della Comunità del carbone e dell'acciaio detta Ceca.
Al piano siderurgico, che rende anche simbolicamente comunitari
i minerali bellici che una volta nutrivano le guerre
franco-tedesche, parteciperà in prima linea la ridotta Germania
di Konrad Adenauer, militarmente innocua ma economicamente già
all'avanguardia della rinascita europea.
L'atto battesimale della Ceca traccerà il profilo di quell'Europa
«carolingia», che avrà la stanza dei bottoni a Parigi e la
zecca a Bonn, e che per decenni costituirà il cuore pulsante
del processo di unità. La diarchia egemone, che ai tempi dell'eurogollismo
ruggente si opporrà con energia all'ingresso della Gran
Bretagna, troverà un nobile supporto comunitario nel corteo di
altri quattro stati: Italia, Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo.
Satelliti rispettabili e rispettati, ma pur sempre satelliti.
Il massimo paradosso e la maggiore ambiguità di questo
ambizioso progetto di confederazione consistono nel fatto che la
sua originaria e poi lunga guida politica viene affidata alla
Francia: ossia al più antifederalistico e più rigoroso
prototipo di stato-nazione europeo. Tale guida però, scomparso
De Gaulle e finiti i suoi veti, già comincia a incrinarsi con
l'entrata frenante della Gran Bretagna e, via via, del
Portogallo povero, dell'Irlanda esosa, della Spagna egocentrica,
della Grecia egoista, della Danimarca sospettosa e poco
europeista.
Saranno quindi la fine della guerra fredda e l'allargamento a
Est a dare il colpo di grazia alla prolungata e sempre bifida
egemonia francese. L'Europa che Parigi sognava, che sperava di
francesizzare nella difesa comune, nella politica estera
antiamericana, nella selezione delle candidature d'ingresso, non
si è realizzata. La guerra d'Iraq ha diviso gli europei. La
Francia s'è ritrovata sempre più isolata. Dopodiché perfino
il tentativo d'imbrigliare con l'euro la Germania riunificata e
di scrivere con concetti francesi la carta europea si sono
rivoltati contro Jacques Chirac: l'alleato Gerhard Schröder
boccheggia in pieno naufragio elettorale, mentre la crisi
referendaria sta indebolendo l'Eliseo e vanificandone le
politiche europee.
Gli spettri che ora s'aggirano per il continente sono quelli dei
vecchi stati ed egoismi nazionali. Sulle ragionerie di Bruxelles
piovono a raffica le proteste dell'Italia, le lamentele della
Spagna, i malumori della Germania, i veti della Gran Bretagna.
Scroscia e tempesta, infine, l'ira collettiva dei francesi, ai
quali Bruxelles non può dare più di quanto abbia dato finora.
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