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La grandeur non abita più a Bruxelles


 
di
 Enzo Bettiza


6/6/2005  


Per anni cuore politico dell'Europa, Parigi non è riuscita a francesizzare l'Unione. E dopo il referendum è sempre più isolata.


 
Furono le due immani tragedie fratricide del secolo scorso a costringere gli europei continentali ad avviare il progetto di costruzione di una pacifica casa comune. La Prima guerra mondiale aveva esacerbato i loro più corrosivi veleni autolesionistici non solo sui campi di battaglia. Il conflitto di fatto continuò, con altri mezzi, sui tavoli vendicativi di Versailles. Gli alleati, soprattutto francesi e britannici, coadiuvati dai capricciosi arbitrati geopolitici del presidente americano Woodrow Wilson, accumularono errori su errori. Lasciarono quasi intatta la Germania, smembrando al tempo stesso, con devastanti e spesso ingiustificati interventi chirurgici, l'impero austroungarico: venne così distrutto, nel cuore del continente, un antico conglomerato che con le sue diversità etniche e la sua civiltà multiculturale avrebbe potuto essere repubblicanizzato e salvato come nucleo fondativo di un nuovo ordine sovrannazionale europeo.
La pace inquinata che seguì la dissoluzione dell'Austria non fu altro che un febbrile armistizio tra due guerre civili. Al posto di un impero arcaico ma elastico, basato comunque sul diritto e sul rispetto delle culture nazionali, sorse un mosaico di stati e staterelli bellicosi, fascistizzanti, spesso artificiali: tutti destinati a diventare, in un clima di frantumazione e di tragedia perenne, servi o vittime dell'Italia mussoliniana e della Germania hitleriana.
La brutta Europa partorita da Versailles inaugurò, solo in apparenza, un breve periodo di trionfo degli stati nazionali, ma in realtà si trattava di un periodo di crisi e d'ammorbamento dell'idea stessa dello stato-nazione.
La Seconda guerra ne completerà infatti il declino e la degenerazione. Li annullerà nell'impero totalitario sovietico, mentre, dopo la sconfitta del fascismo, l'Italia diventerà una vulnerabile terra di frontiera e la Germania, dopo il crollo del nazismo, perderà perfino la sua tradizionale identità nazionale e configurazione geografica.
Sarà la Francia a questo punto, per metà vinta e metà vincitrice, la Francia promiscua dell'europeista Jean Monnet e del tardo nazionalista Charles De Gaulle, a impugnare lo stendardo dell'unificazione della metà non sovietizzata del continente. Parigi ne diverrà il centro motore e la capitale virtuale. Sarà l'impulsivo e tenace Monnet l'ispiratore del piano Schuman per il primissimo passo verso l'integrazione: la creazione della Comunità del carbone e dell'acciaio detta Ceca. Al piano siderurgico, che rende anche simbolicamente comunitari i minerali bellici che una volta nutrivano le guerre franco-tedesche, parteciperà in prima linea la ridotta Germania di Konrad Adenauer, militarmente innocua ma economicamente già all'avanguardia della rinascita europea.
L'atto battesimale della Ceca traccerà il profilo di quell'Europa «carolingia», che avrà la stanza dei bottoni a Parigi e la zecca a Bonn, e che per decenni costituirà il cuore pulsante del processo di unità. La diarchia egemone, che ai tempi dell'eurogollismo ruggente si opporrà con energia all'ingresso della Gran Bretagna, troverà un nobile supporto comunitario nel corteo di altri quattro stati: Italia, Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo. Satelliti rispettabili e rispettati, ma pur sempre satelliti.

Il massimo paradosso e la maggiore ambiguità di questo ambizioso progetto di confederazione consistono nel fatto che la sua originaria e poi lunga guida politica viene affidata alla Francia: ossia al più antifederalistico e più rigoroso prototipo di stato-nazione europeo. Tale guida però, scomparso De Gaulle e finiti i suoi veti, già comincia a incrinarsi con l'entrata frenante della Gran Bretagna e, via via, del Portogallo povero, dell'Irlanda esosa, della Spagna egocentrica, della Grecia egoista, della Danimarca sospettosa e poco europeista.
Saranno quindi la fine della guerra fredda e l'allargamento a Est a dare il colpo di grazia alla prolungata e sempre bifida egemonia francese. L'Europa che Parigi sognava, che sperava di francesizzare nella difesa comune, nella politica estera antiamericana, nella selezione delle candidature d'ingresso, non si è realizzata. La guerra d'Iraq ha diviso gli europei. La Francia s'è ritrovata sempre più isolata. Dopodiché perfino il tentativo d'imbrigliare con l'euro la Germania riunificata e di scrivere con concetti francesi la carta europea si sono rivoltati contro Jacques Chirac: l'alleato Gerhard Schröder boccheggia in pieno naufragio elettorale, mentre la crisi referendaria sta indebolendo l'Eliseo e vanificandone le politiche europee.
Gli spettri che ora s'aggirano per il continente sono quelli dei vecchi stati ed egoismi nazionali. Sulle ragionerie di Bruxelles piovono a raffica le proteste dell'Italia, le lamentele della Spagna, i malumori della Germania, i veti della Gran Bretagna. Scroscia e tempesta, infine, l'ira collettiva dei francesi, ai quali Bruxelles non può dare più di quanto abbia dato finora.