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LA SINDROME EUROPEA DEL BENESSERE

La nostra società è attraversata da un malessere diffuso , ma non credo che le radici di questo siano Italiane . Inutile sottolineare la scontentezza , il disagio di chi si trova idealmente ad aderire all’area politica del centrodestra. Anche dall’altra parte della linea di confine c’è molta


(...) inquietudine nonostante gli apparenti suc­cessi. Anzi, proprio i successi sembrano provoca­re i malesseri: Pomicino sbatte la porta (o è sbat­tuto fuori dalla porta), importanti dirigenti dei Ds come Polena e la Salvato abbandonano il partito, Vattimo (per la verità, filosofo bizzarro) dice di essere comunista e di votare per Forza Italia, il caso di Venezia ha certamente una com­ponente locale tipica delle goldoniane baruffe chiozzotte ma nella sostanza mette in luce vio­lente contraddizioni nel centrosinistra.

Le radici del malessere sono europee e alimen­tano una realtà sociale affetta, per così dire, dal­la sindrome giapponese, quella cioè che aveva, in quattro e quattr'otto, messo a terra una poten­te economia: la sindrome del troppo ricchi e troppo vecchi.

Quando ci si adagia sul benessere acquisito, quando si punta alla conservazione di ciò che è stato raggiunto, vengono meno gli stimoli per andare avanti, per rischiare di avventurarsi ver­so nuove frontiere. Quando nel sangue di una società non scorre più il desiderio di futuro, quel­la società è destinata a sgretolarsi. L'Europa do­veva essere la promessa, la speranza aperta al futuro delle nazioni del Vecchio Continente che avevano con intelligenza compreso la necessità di rinnovare le basi del loro sviluppo, sia econo­mico che culturale. Risultato deludente.

La burocrazia europea si sta dimostrando asfissiante, le nazioni vivono con sofferenza restrema difficoltà di essere competitive non so­lo nel mercato dei pomodori e del formaggio, ma soprattutto nell'innovazione tecnologica e nella ricerca scientifica.

Si è così innestato un meccanismo di difesa che ormai porta tutti a pensare che si stava me­glio prima, che genera una speranza con lo


sguardo volto all'indietro quando c'erano i Bot, quando si svalutava per rimanere competitivi, quando c'erano le pensioni a 50  ainni, quando non c'era l'euro che ha sfasciato le nostre ta­sche, perfino quando per andare all'estero c'era bisogno del passaporto.

La sinistra intende dare una risposta a questo malessere aggrappandosi all'asse franco-tede­sco: ma di quell'asse non è rimasto neppure un pezzo di legno per fare uno stuzzicadenti. In Francia stanno prevalendo i «no» alla ratifica del­la Costituzione europea, e se divenisse realtà l'idea di Mario Monti di escludere dall'Europa (lui pensava all'Inghilterra) chi non ne accetta la Costituzione, significherebbe che la nuova Euro­pa dovrebbe fare a meno della vecchia Francia. Se la sinistra italiana andasse al governo, non estirperebbe le radici del malessere, anzi le raf­forzerebbe credendo di risolvere i problemi inse­rendo il Paese nell'ormai inconsistente alleanza franco-tedesca.

Se, come credo, il fondamento dell'inquietudi­ne e dell'insoddisfazione ha origine nell'Unione europea, è su questa che si dovrebbe interveni­re. L'Europa non può essere un fortino che vive l'altra parte del mondo come una forza ostile che l'assedia. Non può essere governata da una burocrazia che impedisce di inserire una sola virgola nei suoi trattati. Non può irrigidire le re­gole economiche al suo interno come se fossero dogmi della fede.

E poi, nei singoli Paesi dell'Unione, nel nostro in particolare, si dovrebbe sviluppare una politi­ca a favore dei giovani e delle loro famiglie per dare ai ragazzi, che si affacciano al mondo del lavoro, un po' di fiducia in se stessi, coraggio, voglia di rischiare, desiderio di futuro.

Stefano Zecchi