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Cultura
RAFFAELLO
I colori dell’amore
di MAURIZIA TAZARTES
Per i
suoi meravigliosi ritratti femminili spesso fece posare le proprie amanti
Noto e arcinoto,
Raffaello, eppure con i suoi enigmi. A dire dei biografi contemporanei, la
morte, avvenuta a Roma a soli trentasette anni, sarebbe stata causata da
eccessi amorosi. Rifiutate le nozze con la nipote del cardinale Bibbiena,
avrebbe perso la testa per la bellissima Fornarina, figlia di un fornaio
della contrada romana di Santa Dorotea.
La ragazza, di nome Margherita, sarebbe stata identificata in quella del
Ritratto di giovane donna del 1518-1519, sul cui braccio spicca la firma
Raphael Urbinas, conservato alla Galleria Nazionale d’Arte Antica di
Palazzo Barberini di Roma. Un volto intrigante, una nudità inutilmente
coperta da un velo e un gioiello che sbuca, civettuolo, da sotto un
turbante. Fabio Chigi, che aveva visto il ritratto nel 1618 nella collezione
Buoncompagni di Roma, lo identificò con certezza con quello della
prostituta («meretriculae») e modella, amata da Raffaello, che il parente
Agostino Chigi aveva condotto presso il pittore, per fargli finire gli
affreschi della Farnesina. Perché, come racconta Giorgio Vasari nel 1568,
Raffaello «non poteva molto attendere a lavorare, per lo amore che e\
portava ad una sua donna, persiche Agostino si disperava». Così Agostino
risolve il problema facendogli stare accanto continuamente la donna e
l’innamorato pittore completa il lavoro.
L’immagine della seducente Fornarina si ritrova molto simile in un’altra
bella donna, La Velata, di Palazzo Pitti di Firenze, dipinta da Raffaello
tra il 1515 e il 1516, e ricordata da fonti antiche. Vasari, ad esempio, la
descrive «bellissima» e «viva viva», oltre a ricordare che Raffaello «l’amò
sino alla morte». I due ritratti, simili ma non identici, rappresentano la
stessa donna, a distanza di qualche anno? Se ne discute ancora. Ma sembra
proprio di sì.
Amante e modella, Margherita, chiamiamola così, nuda o velata, compare nei
volti di stupende Madonne del periodo romano, dalla Madonna Sistina,
realizzata nel 1513 circa per la chiesa di San Sisto di Piacenza e ora nella
Gemäldegalerie di Dresda, alla Madonna della seggiola di Palazzo Pitti, del
1513-1514, a quella di Foligno del 1511-1512, ad altre figure femminili,
sacre e profane. Simbolo tutte di quegli ideali di grazia e bellezza, che
hanno caratterizzato l’arte di Raffaello.
Nato a Urbino nel 1483 dal pittore Giovanni Santi, dopo una prima formazione
nella bottega paterna, il giovanissimo Raffaello studia presso Perugino, per
trasferirsi nell’ottobre 1504 a Firenze. Protetto dai duchi di Urbino,
esordisce con dipinti per i Montefeltro e altri nobili committenti. Il suo
stile, inizialmente legato a quello umbro-marchigiano di Perugino e
Pinturicchio, matura velocemente sotto l’influenza di Michelangelo e
Leonardo incontrati a Firenze, e dei modelli classici, ammirati a Roma, dove
si trasferisce nel 1508 per lavorare per papa Giulio II.
Affermato come uno dei maggiori pittori e architetti della capitale,
Raffaello è a capo di una vivace e folta bottega. Celebrato dai
contemporanei per gli affreschi papali nelle Stanze della Segnatura e di
Eliodoro, coinvolge l’osservatore nelle sue pale d’altare, con
innovative soluzioni spaziali. Opere sorprendenti, create con velature
sottili di colore sovrapposte e forme armoniche. Eccezionali i ritratti,
studiati con realismo e sottile psicologia: dallo strabico Tommaso Inghirami,
dotto umanista e prefetto della Biblioteca Vaticana, a Baldassar Castiglione,
autore del Cortegiano, dai propri autoritratti a quelli dei papi Giulio II e
Leone X all’affascinante Bindo Altoviti.
mtazartes@alice.it
7 dicembre 2005
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