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LORENZI, ottant’anni in un sorso di Veleno
Riccardo Signori
Oggi sono ottanta. Ottanta gocce di Veleno. Quello che lasciava lo
spirito nello spogliatoio pur di commettere i peccati d’ira in campo.
Un giorno spiegò la teoria pure al cardinale Martini. «Il corpo
peccava, lo spirito cattolico rimaneva nello spogliatoio». Questo era
ed è Benito Lorenzi, quel signore racchiuso in un corpo nervi e
miniatura che, chiunque abbia frequentato Appiano Gentile o la sede
dell’Inter, ha tante volte incontrato con una grossa agenda sotto il
braccio. «Qui ci sono le storie di calcio che racconterò in un libro:
scriverò tutto», ti diceva ammiccante, sprizzando scintille da
occhietti furbi e pungenti, brillanti e perfidi, la spia accesa
dell’impenitenza. E anche ieri, che stavamo ad ascoltarlo, ha
ripetuto: «Ricordi particolari ne ho, eccome. Ma a te non li dico. Li
scrivo nel libro». Oggi la memoria di Benito Lorenzi non è più così
ferrea, ma questo gioco delle parti rimane il suo divertimento, la
natura del toscanaccio, border line tra dolcezza e ruvidità, il suo
timbro di fabbrica. Veleno lo chiamò la mamma Ida. «Ma questo l’ho
già raccontato troppe volte», ti dice spazientito. «In casa ero
vivace, una peste. Poi lei lo raccontò anche ai giornalisti». E nacque
Veleno con la maglia dell’Inter. Invece Benito nacque per idea del
nonno, morto a 95 anni, per 77 della sua vita ogni giorno a fare il
pane. Poi i fascisti gli chiusero il forno. E un giorno Veleno gli
chiese. «Nonno, mi hai chiamato Benito e quelli ti hanno chiuso il
forno. Ma che storia è mai questa?». Incomprensibile a uno nato per
far dispetti, non per subirli.
Lorenzi è un’icona dell’Inter, non di una in particolare ma della
sua storia. Con quella maglia ha vinto due scudetti. «E questi sono i
ricordi più belli». Segnato una valanga di gol (142). Mandato in
bestia un esercito di avversari. «Che fisico, Marisetta», disse un
giorno a Boniperti. E nacque Marisa, il soprannome che il
presidentissimo juventino non gradì mai. Senza dimenticare quella
volta, ormai è storia, che Lorenzi pose un mezzo limone davanti al
pallone che Cucchiaroni stava per calciare. Era un rigore. Era un derby.
E Cucchiaroni tirò fuori. Ogni sberleffo era una medaglia. Ogni
dribbling una carezza all’amor proprio. E un’idea da gol per Stefano
Nyers, l’ungherese apolide che solo Benito non perse mai di vista. In
campo e fuori. Raccontò: «Una volta, a Firenze, Nyers sbagliò un gol
facile. Non ci vidi più e gli diedi una botta in testa. Se ne andò dal
campo offeso. Ed io: rientra che i conti li facciamo dopo». Eppure quel
giorno Nyers segnò una rete di testa, come raramemte gli capitava. E
dopo il gol cominciò a rincorrere Lorenzi.
Veleno era un guizzo. «Un guizzo che inceneriva», ricorda. Amava
Valentino Mazzola. «Il più grande che ho conosciuto». Giocò insieme
a lui la sua prima partita in azzurro. Veleno segnò. Valentino, dopo un
mese e poco più, morì. E Lorenzi prese a benvolere Sandro. «Dicevo
che era grande come il padre. Ma non era vero. Lo dicevo per tenerlo su».
Oggi gli piace Adriano. «Ha i numeri per essere un grande giocatore,
però deve dimostrarlo». Grande e grosso magari come John Charles.
Quell’omaccione al quale Lorenzi ballonzolò intorno provocandolo: «La
regina è una p...la regina è una p...». E quell’altro nulla. E lui:
«Ti sto dicendo che la regina è una p...». E l’altro: «Dillo pure,
tanto io non sono inglese». Oppure a quell’arbitro: «Ti chiami
Merlo? E allora fischia». Capirete che Benito non si fece molti amici.
Non contò più nemmeno il numero di espulsioni e squalifiche. Finché
non arrivarono Sivori e Amarildo che gli soffiarono il record. Quando
smise si dedicò al settore giovanile dell’Inter. Ma prima di mollare,
giocò l’ultimo anno nell’Alessandria, diede un buon consiglio a
Moratti. «Prenda Rivera». Angelo Moratti firmò un compromesso, ma poi
lasciò cadere l’opzione. Che rabbia!
Questo, e tanto d’altro, è il dolce-amaro degli 80 anni di Lorenzi,
che a 50 anni giocava ancora a pallone. Magari con i giornalisti. Un
giorno mise le mani al collo di uno e cominciò a urlare come un pazzo.
Il poveraccio pensò di aver chiuso. Ma in quel momento Veleno allentò
la morsa, cominciò a sghignazzare e se ne andò. Come nulla fosse.
20 DICEMBRE 2005 DA
IL GIORNALE
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