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TITOLO
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Il
coraggio di rischiare
di STEFANO ZECCHI
Una politica per la
famiglia sarà argomento fondamentale dei prossimi mesi, non solo perché è
un tema elettorale di forte richiamo, ma soprattutto perché affronta un
problema vero, sentito dalla gente e importante per le istituzioni che si
trovano ad avere a che fare con una società sempre più anziana, avara di
nascite. La questione sarà affrontata in termini economici, ma se saranno
esclusivamente economici sarà un modo per dare il colpo di grazia alla
famiglia.
Mettere al mondo bambini e progettare una famiglia è un fatto culturale:
filosofico e religioso e, l’aspetto economico, che pur ovviamente esiste, è
del tutto secondario.
Una famiglia è il rischio più bello sul futuro, coinvolge le proprie
passioni, la propria eticità, il proprio sentimento religioso, il rispetto
della tradizione, la gioia per la vita che per svilupparsi ha solo bisogno di
altra vita. Ciò che resta di noi saranno i nostri figli a testimoniarlo; e
anche se pochi se ne accorgono, ciò che ha senso è tale perché è fatto per
i nostri figli, per il mondo che c’è già ma non è ancora pienamente
compiuto.
Si diano tutti gli incentivi economici possibili e immaginabili a sostegno
delle famiglie: i soldi si accettano sempre volentieri. Però si rifletta su
uno snodo culturale fondamentale della nostra storia recente che ha modificato
il modo di pensare la famiglia, che ha, dunque, cambiato il nostro modello
culturale.
Alla fine degli anni Sessanta - rivolte studentesche e sindacato politico - si
passa da una mentalità - individuale e collettiva - basata sul principio di
responsabilità ad una imperniata sulle rivendicazioni delle garanzie. Dalla
responsabilità alla garanzia. Il futuro deve essere garantito dallo Stato, il
futuro non deve essere un rischio: la laurea universitaria è garantita a
tutti, il lavoro deve essere un posto fisso, la casa da pagare con equo canone
stabilito dallo Stato... insomma, qualsiasi cosa che si fa o che si intende
avere deve essere una garanzia. La famiglia? Per poterla fare, devo avere ogni
garanzia: soldi, casa, divorzio se litigo, aborto se ho un figlio in più che
non desidero. Una simile mentalità, costruita sull’idea di una garanzia
fornita a 360 gradi dallo Stato, elimina il sentimento del rischio che,
invece, è il modo in cui mettiamo in gioco la nostra responsabilità per
aprirci al futuro, cioè alla vita.
Dunque, scarsa disponibilità a rischiare nel mondo del lavoro e soprattutto
nella costruzione di una famiglia che, appunto, è il rischio più vero, più
etico, più autentico, più bello con cui gli uomini si aprono al futuro. La
famiglia è in crisi e non si fanno più figli perché non ci si vuole più
assumere delle responsabilità che comportano rischi: responsabilità
culturali, cioè essenzialmente etiche e religiose.
Si osservi, ad esempio, la drammatica decadenza sociale della figura del
padre. Perché oggi è così emarginata nei ruoli familiari? Perché oggi non
ha più una sua riconosciuta legittimità, sopraffatta e dominata dalla figura
della madre?
Il padre era colui che si assumeva le responsabilità. La sua autorevolezza si
basava sulla funzione decisionale che responsabilmente sceglieva il modello di
organizzazione familiare. Se questo principio di responsabilità viene
sostituito dall’insieme di garanzie egualitarie fornite (o richieste) dallo
Stato, crolla come un fragile castello di carte la figura paterna, cioè si
distrugge la sua figura simbolica.
È giusto pensare di inaugurare una politica attenta alla famiglia; è giusto,
per i tempi che corrono, dare aiuti economici ai giovani per formarsi una
famiglia. Ma non saranno mai i soldi la vera difesa della famiglia. Sono nato,
come tantissimi altri, durante la guerra. I miei genitori, come tantissimi
altri, vivevano sotto le bombe, con le case che crollavano tutto intorno e con
la tessera annonaria per comprare un po’ di pane e di latte. Eppure, come
tantissimi altri, non hanno esitato ad avventurarsi nel rischio più bello
della vita: mettere al mondo dei figli e formare una famiglia.
4 DICEMBRE 2005
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