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TITOLO
Riforme non fatte e protesta antisistema
Il grande errore
Se si sprecano
le occasioni, prima o poi la storia si vendica, presenta il conto. Nella
società disgregata, «a coriandoli», secondo la felice definizione di
Giuseppe De Rita, convivono, senza contraddizione, cinismo, rassegnazione,
cupo pessimismo e movimenti di protesta anti sistema di crescente intensità.
Ciò è il frutto del «Grande errore »: il mancato rinnovamento dello
Stato negli anni Novanta. Per un certo periodo le conseguenze del grande
errore non vennero comprese da molti. Ma nel momento in cui, dal conflitto
orizzontale, fra Berlusconi e i suoi nemici, si passa al conflitto
verticale, fra settori significativi dell'elettorato e la classe politica,
quelle conseguenze diventano drammaticamente evidenti. Dio non voglia che ciò
preannunci un nuovo ciclo di violenza.
Nei cinque anni del governo Berlusconi,
la disgregazione, comunque in atto, rimaneva nascosta ai più. La società
era tenuta insieme da un grande collante: l'odio. Per mezza Italia, al
governo c'era l'Uomo Nero, il Caimano. Lo scontro fra le fazioni era feroce.
Prima che due politiche, nel Paese si scontravano (credevano di scontrarsi)
due antropologie. Era facile, allora, per metà del Paese, attribuire ogni
male, grande o piccolo, al ruolo malefico dell'usurpatore, dell'Uomo Nero.
Ora che l'Uomo Nero non governa, il conflitto orizzontale ha perso intensità.
E la prova deludente del governo di centrosinistra ha modificato la
struttura del conflitto: allo scontro orizzontale fra Berlusconi e gli altri
si è sovrapposto lo scontro verticale fra settori rilevanti
dell'elettorato, soprattutto di sinistra (vedi gli applausi per Beppe Grillo
al Festival dell'Unità) e la classe politica. Non potendosela prendere solo
con il governo per il quale, in maggioranza, hanno votato, quegli elettori
spostano il tiro sul Sistema.
Nei primi anni Novanta, con la fine della Guerra fredda e i conseguenti
effetti dirompenti sulla politica italiana, si aprì una «finestra di
opportunità» che non fummo capaci di sfruttare a fondo. Non ci fu il
passaggio dalla Repubblica dei partiti allo Stato repubblicano. Cambiò il
sistema elettorale, venne l'elezione diretta di sindaci e Presidenti di
Regione. Ma non fu intaccata l'architettura complessiva. Non ci fu realmente
una «Seconda Repubblica».
Per oltre 40 anni i partiti politici erano
stati i supplenti, i sostituti funzionali, delle istituzioni statali: la «partitocrazia»
al posto dello Stato. A quel sistema dei partiti, quando morì, non
subentrarono istituzioni pubbliche rinnovate (un forte governo,
amministrazioni pubbliche snelle ed efficienti, eccetera). Ne paghiamo il
prezzo. Senza più partiti radicati e forti e con istituzioni sempre
inadeguate, sprovviste di autorevolezza, e quindi deboli, la democrazia si
trova priva di ancoraggi. Da qui le spinte centrifughe e disgreganti. In
mancanza di meglio si tenta ora la strada della ricostituzione dei partiti
(il Partito democratico, forse
la Federazione
della destra). In un Paese di fazioni, si cerca, almeno, di ridurre il
numero delle fazioni. È una buona cosa perché la frammentazione fa
comunque male.
Ma, forse, è troppo poco.
Persino i politici se ne rendono conto e dopo essere stati responsabili del
grande errore riprendono l'infinita danza intorno alle «indispensabili»
riforme istituzionali da fare. Senza considerare che le parole della
politica non servono a costruire consenso e a indicare mete quando sono
state logorate per il troppo uso. Ci vorrebbero leader veri, capaci di
rischiare, ma il sospetto è che i leader siano stati sostituiti dagli
uomini dello spettacolo.
Angelo
Panebianco
17 gennaio 2007 da IL CORRIERE
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